Cuori infranti in trentasei piccoli pezzi – 6

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“La tristezza non è timore ma bisogno di infelicità; è il presentimento torbido e divorante di una voluttà nella sfortuna.”

(Emil Cioran, ‘Divagazioni’)

Frattali

Continuava a piovere da settimane. Una pioggia rada, ma incessante, fastidiosa, punteggiatura continua sui vetri delle finestre, sui cappotti dei più temerari che si avventuravano fuori casa, sui tetti delle macchine rimaste parcheggiate invano nell’attesa di un tempo migliore, di un sole che avrebbe riscaldato le lamiere, le carni, i cuori. Gli animali restavano al riparo, chi poteva andava in letargo, chi non poteva si lasciava andare e, piano piano, per inedia, moriva. La pioggia inclemente lavava i loro corpi, ne imperlava il manto, li copriva come un genitore attento rimbocca le coperte del bambino piccolo.

All’inizio era stato un bollettino metereologico ascoltato distrattamente. “La perturbazione…” blablabla “…probabilmente questa domenica o lunedì seguente…” blablabla “…le autorità invitano a non allarmarsi, la situazione è sotto controllo.” Sotto controllo per interposta persona, un dio sbagliato che governava il mondo e li sommergeva con il diluvio universale? Fandonie, quello era stato scritto in libri di dubbio gusto secoli prima. E lui non leggeva, non aveva né tempo né voglia per dedicare anche solo cinque minuti della sua giornata ad un simulacro di vita che alcuni chiamavano libro, altri, semplicemente, scartoffie. E poi l’acqua non faceva bene alla carta. Molte biblioteche dovevano trovarsi in allarme. E poi comunque adesso c’era il cloud (no, non la nuvola fantozziana gravida di pioggia, no). Sta di fatto che non vi prestava granché attenzione, a tutta quella sciarada di parole, lanciate a casaccio e con minor precisione delle gocce di pioggia che in quel momento pliccavano lievi sui vetri smerigliati.

Quando iniziarono a cadere fiocchi di neve, prestò una maggior attenzione. Neve. Ad agosto. Nell’emisfero boreale, si intende. Sì, c’era qualcosa che non andava, in tutto questo. Altro che cambiamenti climatici, precessione degli equinozi, inversione dei poli magnetici; altro che Greta T. e compagnia bella e le domeniche ecologiche al ritmo inconsulto di musei e pic-nic. C’era evidentemente ben altro in gioco, forse un qualche dio dispettoso si prendeva gioco delle sue creature, forse una divinità sbagliata aveva preso la guida suprema del mondo. Speculazioni assurde adatte a preti sgangherati, anche se di assurdo era quel piovere senza freni, quell’intermittenza di neve fuori stagione, quei fiocchi candidi che coprivano tutto tutto quanto, e non ci si poteva far nulla, ed in fondo anche la sua vita dopo che avevano divorziato, era stata sommersa da una valanga di neve, da una slavina di mali parole e carte bollate ed assegni di mantenimento e minacce da avvocati rampanti. Si era lasciato andare, così, guardando le cose dalla finestra compiere il loro corso: non si poteva impedire alla pioggia di cadere o ai fiocchi di neve di vorticare, ergo: perché opporsi ad una persona che, con poco o tanto buon senso, gli aveva detto “con te non ci sto più”…?

Passarono altri giorni, altre settimane, altra pioggia ed altra neve. La coltre era sempre più fitta, i tempi sempre più grami. Pian piano, la televisione aveva smesso di trasmettere, solo la radio gracchiava monotona le comunicazioni essenziali. I telefoni a volte andavano, altre no. Fu in una di quelle finestre temporali fortuite che ricevette una chiamata inattesa. Rispose titubante. Le provviste stavano finendo, il suo vile stoicismo pure. Non aveva rimasto parole, il fiato condensava in nuvolette di vapore, i vetri erano tutti appannati o le finestre chiuse. Come il suo cuore, che si stava ghiacciando. «Volevo solo sapere come stai.» Silenzio in risposta. Quel silenzio ovattato di nevicata copiosa. «Anche se ci siamo separati non vuol dire che non ci siamo voluti bene.» Silenzio imperterrito di pioggia scrosciante. «Capisco ciò che pensi però volevo solo farti un saluto.» Silenzio che precede il tuono subito dopo il fulmine. «Sono successe cose eccezionali in questi tempi, lo sai bene anche te. Non mi far stare in an…» Silenzio di telefono buttato giù. Letteralmente: giù dalla finestra, sotto la neve.

Implicita sepoltura di parole vuote, fragili, destinate allo sciogliersi il prossimo sole di un inverno che, di certo, sarebbe durato ancora a lungo. Riproponendosi identico a se stesso ad ogni livello, un po’ come i fiocchi di neve, un po’ come i frattali.

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Pubblicato da Lucio Campiani

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