Cuori infranti in trentasei piccoli pezzi – 5

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“Cielo sopra

cielo sotto

stelle sopra

stelle sotto

tutto ciò che è sopra

è anche sotto

afferralo

e rallegrati.”

(cit. dalla Tavola Smeraldina)

Sono colmo di desiderio.

Alzo lo sguardo, il buio è smagliatura di una luce che non rischiara. Fisso quattro stelle a caso, distanti, e le vedo muoversi come il mondo attorno a me, in questo folle giro di una giostra scalcinata. Non è stato poi tanto difficile entrare in questo parco dei divertimenti, scavalcare il cancello è stato un letterale “gioco da ragazzi”. E la notte mi ha fatto compagnia: la notte, e chissà quale altra compagine clandestina, in quest’avventura agrodolce con un finale per nulla scontato. Intanto, lascio che la giostra termini il suo giro, a continuare a vorticare sarà la mia testa, forse appesantita da un bicchiere di vino di troppo, forse dall’assordante rumore del silenzio, forse percossa dagli spasmi pulsatili delle vene che assomigliano più ad una corona di spine.

Anche chiudendo gli occhi non riesco a prendere sonno. Eppure è stato un lungo viaggio, fino qua! ma quando si è curiosi di scoprire come andrà a finire, si resta svegli con gli occhi sbarrati, tentando di accelerare un tempo che è già stato definito da sempre, e che nulla può modificarne l’incedere. Domani! Domani giungerà comunque: al massimo posso dare un’altra spinta, a questa giostra dalle sedute scomode che si muove, si muove, ma in realtà non va da nessuna parte.

E dove deve andare, d’altronde? La freno, il mio corpo dà uno scossone, per poco non mi ribalto; per un attimo mi vortica tutto addosso, le luci del parchetto, gli alberi sparsi a caso, gli altri giochi per bambini (o per adulti in fondo mai cresciuti). Scendo barcollante, per stanotte sì, può finire anche qui. Ma non così. Ad un certo punto avverto di non esser solo. Mi raggelo. Un brivido mi scorre lungo la schiena, un refolo di vento frizzante mi accarezza le guance. C’è qualcun altro, oltre a me. Lo so, lo avverto. Lascio cadere un silenzio assoluto: un rametto viene spezzato, quindi si impone altro silenzio.

“Sono io…” mormora una voce distante, flebile, appartenente alla mia ex-ragazza. O forse no, è la mia testa che gira, gira per il troppo vino, gira per il sonno mancato, rotola per quella voglia di fare un altro giro di giostra, ché tanto domani arriverà comunque, ché tanto il sole sorgerà lo stesso, perché la stessa Terra vortica come una trottola sempre su se stessa, anche se non va da nessunissima parte. Chissà se un giorno anch’essa cadrà. Intanto, cado io su di un prato in cemento scabro, tutto grigio, tutto buio, come questo cielo stellato sopra di me.

***

Pubblicato da Lucio Campiani

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