Cuori infranti in trentasei piccoli pezzi – 4

Photo credit: realites-cardiologiques.com

“La gente si preparava sempre al domani. A me sembrava assurdo. Il domani non si stava certo preparando per loro. Non sapeva neppure che esistessero.”

(Cormac McCarthy, ‘La strada’)

Prima ancora del giorno dopo

Mi scrollo di dosso la scopata appena fatta, sul cuscino qualche suo capello a fare da spettatore. «Domani ci vediamo ancora?» le chiedo mentre mi fumo una cigarette al gusto menta. Lo stesso gusto delle sue labbra. Lei non mi risponde, forse non mi ha sentito, o forse non vuole ascoltarmi. Noto che ha gli occhi umidi, ma non di pianto. Noto che cerca le sue parole migliori come quei clienti che si attardando per scegliere la frutta più bella esposta al banco. Non ci rimarrei troppo male se mi dicesse no proprio adesso. In fondo…quel che dovevamo (volevamo?) l’abbiamo fatto. Abbiamo esaudito le nostre disillusioni migliori.

Mi guarda restando col suo silenzio ambiguo come di sfinge. Non a caso, mi rivolge di rimando una domanda sibillina: «Tu vorresti ci rivedessimo?» e subito dopo: «Davvero?» Il mozzicone della sigaretta gusto menta mi è rimasto tra le labbra, si è spento da un po’. «…Beh, sì.» aggiungo subito: «…ovviamente.» Mi guarda con occhi tumidi. Non dice niente, il suo silenzio è abbastanza. Sorride, sorride appena, ai suoi pensieri in cerca di approdo sicuro, sorride a sé stessa che vuole ancorare in rada, e lì restare il più a lungo possibile. Probabilmente non le rappresento tutto questo, sono più come quelle nuvole in cielo che presagiscono solo burrasche o temporali, chissà. Da quanti mesi ci frequentiamo, senza pretese e senza inganni? Ci siamo mai cercati per davvero o abbiamo solo portato avanti delle masturbazioni reciproche, ben poco intellettuali e ben più dilettantesche? Cazzo ne so, mi dico. Ed il mozzicone gusto menta è scivolato bastardo sulle lenzuola, sporcandole di cenere. Lei continua con il suo silenzio, si sistema i capelli, si alza dal letto per andare in bagno, chiude la porta con un pudore da ragazzina, malgrado sia donna adulta, ragazza quasi trentenne, completamente nuda, parzialmente mia. Dall’altra stanza proviene un rumore di spazzolino elettrico, di doccia calda, di phon. Canticchia “Bad Guy” di Billie Eilish. Quando esce è avvolta in una nuvola di vapore, una Venere di Botticelli: si butta sul letto, mi bacia ovunque, profuma di buono, di fresco, di lei. Nel vestirci, indossiamo gli abiti l’uno dell’altra; ridiamo come due ragazzini, ce li scambiamo di nuovo, ci abbracciamo felici, spensierati, anche se nelle nostre teste si sono ingolfati un mucchio di pensieri preoccupazioni incombenze.

Casa mia non è troppo grande, ma in due ci si sta; per il momento, non conviviamo, si può dire che ciascuno ha i propri spazi, altrove da qui. Se ci va, quando ci va, ci incontriamo, ci vediamo, scopiamo. Le vite condivise al centopercento rappresentano invece quel preludio per famiglia in tre atti: fidanzamento, matrimonio, figli. Ci stiamo lavorando, è il nostro work in progress. Adesso siamo uno di fronte al caffelatte dell’altro: tazze sbeccate come le nostre giovanili esistenze, il segno delle labbra rimarrà sui bordi come è già rimasto sui nostri corpi. Il mio è bollente, il suo appena tiepido; il mio è freddo per il dormire senza veli, il suo ribolle di calore di doccia. Ci alziamo, leggeri, silenti. Entrambi abbiamo una copia delle chiavi del mio appartamento. Scrutiamo l’orologio assurdamente grande alla parete della cucina. Non è mai l’ora giusta, in fondo (non è mai troppo presto per dirsi addio, non è mai troppo tardi per dirsi arrivederci).

Imboccando direzioni opposte, ci salutiamo da lontano. Ognuno alle sue occupazioni, ognuno al suo posto. A più tardi, a stanotte, a domani. Sulla metro il mio fiato appanna un finestrino che abbisogna da mesi di una bella ripulita: o forse è solo la mia faccia: “I’m the bad guy”, come canta Billie Eilish? Non so, adesso faccio il numero della ragazza. Un’altra, ovviamente. Il cellulare suona a vuoto due o tre volte, risponde infine una voce caruccia che non assomiglia per niente a quella che ho salutato poco fa. «Ciao. Stasera ci rivediamo?» Una pausa che sembra infinita. «Domani?» mi domanda lei. «No, domani non posso. A più tardi, allora. Ciao.»

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Pubblicato da Lucio Campiani

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