Cuori infranti in trentasei piccoli pezzi – 3

Photo credit: vuoivedereche.iobloggo.com

“Per quanto il mondo possa sembrarti assurdo, non dimenticare mai che offri un bel contributo a questa assurdità con il tuo agire o con il tuo astenerti.”

(Arthur Schnitzler, “Libro dei motti e degli aforismi”)

Facciamo finta che.

E’ notte, fa freddo, e questo è già abbastanza come corollario alla vicenda. L’altra sera facevo fatica ad addormentarmi, così ho pensato di fare una passeggiata intorno all’isolato, in compagnia di qualche macchina carica di ubriachi o di lavoratori della domenica sera, oppure di qualche prete in uscita premio. Anime da salvare, io quella in pena più di tutte. Mi sono chiuso la porta alle spalle, la sigaretta già tra le labbra come un feticcio, senza alcuna moneta in tasca, senza alcun pensiero in testa, ma questo era già bastevole per poter seguire il flusso dei miei pensieri.

Un gatto qualsiasi gnaulava in fondo alla via, disperso tra gli arbusti di un vialetto uguale a mille altri vialetti, di una casa uguale ad altre case tutte uguali, fatte in serie, magari comprate all’IKEA e montate nottetempo, come Babbo Natale che la notte arriva ma solo se dormi per davvero, ed il giorno dopo – oplà – ecco sotto l’albero un qualche regalo, guarda caso quello da te chiesto sulla letterina da te imbustata trepidante ad inizio dicembre, indirizzata a Babbo Natale, Polo Nord. Le case Ikea, i giochi sotto l’albero, il gatto che brontola e te che cammini con la sigaretta spenta tra le labbra.

La nottata si preannunciava fredda, un inverno che arriva nei giusti tempi, hai voglia di ubriacarti o fare l’amore, oppure entrambe le cose in ordine sparso eppure ti mancano sia una donna che una bottiglia, dunque tanto vale raggiungere la strada, guardare verso i primi fari di una macchina che ti abbaglia, come un cerbiatto che di notte attraversa la strada ed aspettare solo il momento giusto e cadere a terra così, con il gatto di qualcuno che si lamenta o chissà cos’altro, tra i rovi e la tua sigaretta spenta, bagnata di saliva, che rotola sul selciato e se non altro potrà solo venire raccolta da qualche senzatetto che passerà da lì qualche ora dopo, dopo che il tuo corpo sarà stato sollevato con tutta calma, ed il gatto sarà stato finalmente zittito da un miagolare ben più intenso di sirene d’ambulanza e la barella, le luci bluastrue – ma non sono quelle della polizia – e due paia di braccia che ti sollevano rapide ed esperte su una lettiga ma non sono beccamorti e quel lenzuolo bianco che ti copre non sarà il tuo sudario.

La morte, quella cosa un po’ strana di cui si parla molto conoscendola ben poco, arriva sempre dopo, giunge più tardi, quando nessuno è davvero preparato e dunque non la si può invocare, non serve, non ti ascolta, anche lei è cieca e bendata come la fortuna e forse, perché no, forse sono le due facce della stessa medaglia.

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Pubblicato da Lucio Campiani

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