Cuori infranti in trentasei piccoli pezzi – 2

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“Non riusciamo a cambiare le cose secondo il nostro desiderio, ma gradualmente il nostro desiderio cambia. Non abbiamo saputo superare l’ostacolo, come eravamo assolutamente decisi a fare, ma la vita ci ha condotti al di là di esso, aggirandolo, e se poi ci volgiamo a guardare il lontano passato riusciamo appena a vederlo, tanto imprevedibile è diventato.”

(Marcel Proust, “La fuggitiva”)

L’arte di leggere i fondi di caffè.

L’ultima volta che ti ho sognato – l’anno scorso, d’inverno, grosso modo – ricordo che eri di spalle e ti allontanavi. Penso che nel sogno non ci fossimo né visti né parlati, semplicemente vedevo te, notavo la tua figura – tra la folla? non rammento se c’era altra gente o fossi per conto tuo, in un qualche posto sperduto della mia memoria – che si faceva sempre più labile e distante. In parte me ne dispiacevo, in parte lo accettavo, ad ogni modo incolpavo un destino bastardo che mi privava di una grande felicità che consideravo, fino a quel momento, raggiungibile.

Ma il sogno non si concludeva qui, non mi svegliavo madido di sudore o col volto umido di lacrime, no, continuavo a dormire ed il laborìo onirico proseguiva nel suo corso. La seconda parte era più enigmatica e sibillina, se vogliamo considerarla così. Come se ciascun sogno non sia una sorta di oracolo di difficile interpretazione!, una cartomanzia tra ciechi, una eco distorta di qualcosa di molto, troppo distante. Beh, sta di fatto che questa volta, in quel sogno, mi trovavo in compagnia di mio fratello Giancarlo. Il fratello più piccolo, il secondogenito morto per primo. E’ paradossale ogni tanto la vita, talvolta anche meno dei sogni: chissà se Freud potrebbe esser d’accordo. Sta di fatto che eravamo io e mio fratello a tavola, in un ristorante di quelli a buon prezzo e menù soddisfacente, in una qualche città che non conoscevo; lui mi stava parlando. Di te. Anche se non ti ha mai conosciuto, perlomeno nella realtà contingente. E mi ripeteva, con quella sua inflessione così particolare che ben lo distingueva da me: “Hai fatto male a lasciarla andare via.”. Così, in quel modo lapidario che mi aveva sempre dato sui nervi. “Guarda che è stata lei a lasciarmi.”, gli replicavo pedantemente con un moncone di grissino in mano, tenuto come un mozzicone di sigaretta. “Appunto.” mi replicava allora lui, continuando: “Ti ha lasciato perché non sei stato più capace di trattenerla. Le persone arrivano a stancarsi, decidono di prendersi una pausa di riflessione, e poi – op! – sono solo un ricordo.” Nel sogno ragionavo che anche Giancarlo, oramai, non era altro che un ricordo, qualche foto sbiadita sparsa tra casa ed il cimitero, in quei suoi sorrisi da ragazzo in pace con se stesso e col mondo, quella stessa dannata impressione che mi stava rivolgendo lì a tavola, non so se in attesa del primo o degli antipasti. Di certo, mio fratello aveva saltato I preamboli. Dopo quella sua affermazione tranchant, era rimasto fermo a fissarmi, attendendo una mia replica che non giungeva. Io mi facevo più nervoso, vuoi per l’attesa dei piatti che giudicavo estenuante, vuoi per la punzecchiatura che ritenevo fuori luogo, vuoi per il troppo caldo della sala o chissà cos’altro. Allora, d’improvviso, afferravo per le spalle un cameriere, inveivo contro di lui lamentandomi non per l’attesa, ma gli urlavo in faccia: “Cosa ne sai te di Elena e me, eri già morto quando ci siamo messi insieme, capito? Eri morto!” Quel poveretto di un cameriere aveva intanto preso le sembianze di mio fratello, e la sedia di fronte a me si era fatta vacante. Era svanito persino il coperto. Giancarlo mi guardava con supponenza, rispondendomi: “Io le donne le conosco meglio di te. Ho sempre avuto più successo con loro.” Al ché non ci vedevo più, e per la rabbia gli rispondevo a tono: “Sarà anche vero, in compenso io sono ancora vivo; tu, no.” E mi giravo di scatto, uscendo dal ristorante divenuto improvvisamente vuoto, e buio, senza pagare neppure il conto per un pasto che, a dire il vero, nemmeno avevo consumato. Sicuramente mio fratello era uscito prima di me, senza neppure dirmi nulla.

E poi, di botto, mi svegliavo. La luce aveva invaso dispettosa la mia stanza, era fin troppo tardi, avevo pensato, però mi ero accorto che era martedì, quel giorno avevo la mattina libera, mi ero concesso di non puntare la sveglia. Dovevo vedermi con la mia ex-ragazza, ma non c’era fretta. Il tempo era trascorso lentamente fino al nostro incontro. Ci eravamo salutati con distacco, ed avevo iniziato a raccontarle pazientemente il sogno. Elena mi aveva fissato tutto il tempo senza ribattere parola. Avrei potuto giurare non avesse neppure sbattuto le palpebre, come certe bambole di ceramica; forse era davvero una bambola di ceramica, una costruzione della mia mente. «Perché mi hai voluto incontrare, Andrea? Per parlarmi di questo tuo sogno? Per parlarmi di te? Di tuo fratello?» Elena si era toccata più volte i capelli senza farci granché caso; malcelava il suo nervosismo, e non potevo farle torto. Abbozzai una risposta, allora: «Perché la sensazione che provavo, che ho provato dopo il sogno e per buona parte della giornata, credo fosse il minore dei problemi.» «Tu mi hai sempre parlato poco di tuo fratello.» notò Elena mentre si guardava le unghie con una sorta di sospetto. «Giancarlo era un vincente. Io, non lo sono mai stato.» potevo ben permettermi di mostrare il fianco, con la mia ex…fidanzata; che senso aveva continuare ad indossare maschere. «Pensi di aver fatto male a lasciarmi andar via?» sembrava mio fratello, sempre dritta al punto. «Non lo so, Elena.» avrei voluto un bicchier d’acqua, un grissino da sgranocchiare nell’attesa, come nel sogno. L’attesa della fine di quella pantomima. «Dimmelo tu.» la incalzai. Lei, di rimbalzo: «Secondo me, ma te lo dico come sensazione personale, eh…» intavolò il ragionamento lisciando la tovaglia per raccogliervi briciole immaginarie. Mi sembrava di essere ancora, o tuttora, nel ristorante del sogno, ma eravamo in carne ed ossa in un semplice bar di periferia. Il mio caffè, ordinato una mezz’ora prima, si era raffreddato impietosamente. L’avrebbe ritirato il cameriere, con la sola fortuna di non urlargli addosso lamentele rivolte ad una fratello morto – o una donna lasciata. Stavo divagando nei miei pensieri senza ascoltare davvero la donna che mi stava di fronte. Me la immaginai, per un attimo repentino, nuda. «..avevi paura, capisci? Paura di essere felice, mi verrebbe da dirti. Con me, con un’altra persona, che differenza fa? La paura è…è una brutta bestia.» Aveva parlato tutto d’un fiato, ed avevo colto solo la seconda parte del suo discorso. Elena aveva gli occhi lucidi, ma io non ero d’accordo con lei, a dirla tutta. Lo lesse nella mia faccia poco espressiva; fece un gesto vago con le mani, allontanando una mosca immaginaria. Briciole che non c’erano, insetti che non svolazzavano, idee che non mi corrispondevano. Sembrava tutta una finzione, un’enorme montatura. Mi ero forse svegliato da un sogno per piombare dritto in un incubo? Provai a bere il mio caffè. Era freddo, amarissimo. Ebbi una scossa nel rabbrividire e fare una smorfia schifata.

Nel bar si accese un vociare vago, come di radiolina appoggiata sulla mensola dell’angolo più distante. Il barista cinese si mise a preparare tre-quattro caffè. La sera iniziava ad intrufolarsi con le sue ombre ed i suoi dispiaceri. Appoggiai una manciata di monete sul tavolo, che tintinnarono lievi. Guardai per l’ultima volta Elena, che mi fissava con una domanda rimasta sospesa a mezz’aria, tra me e lei, ma chissà da quando. Non le dissi nulla, le rivolsi un tiepido sorriso e imboccai l’uscita del locale. Forse, come nel sogno, avrei trovato Giancarlo ad aspettarmi fuori. Di certo, avrei preso la macchina e imboccato una strada senza più ritorno.

La giornata declinava lieve, e nessuno sembrava prestarvi una particolare attenzione. Tutti quanti avevano le loro chimere da inseguire, pensai.

***

Pubblicato da Lucio Campiani

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