Cuori infranti in trentasei piccoli pezzi – 1

Photo credit: stas knop

“Esamina dapprima le parole, medita tutto ciò che esse intendono, le norme fisse allora si palesano. Se tu però non sarai l’uomo giusto, a te il significato non si svela.”

(I Ching)

Il pezzo mancante

Ricordava che nella classe 5 C della scuola elementare D’Annunzio, di Padova, la ragazza più carina della classe 1986 si chiamava Eleonora. Eleonora e qualcos’altro, ma da bambini ci si chiama tutti per nome, sono quelli la tua identità, il nocciolo che ti porti dietro per tutta la vita; il cognome viene dopo, puó esser pesante da portare, puó dare fastidio sentirsi chiamare per cognome, quell’appello anonimo e freddo fatto più per burocrati ad uso legale. Chissà perché, i cognomi lo avevano sempre infastidito. Tornando a quell’Eleonora, mentre il treno delle sedici lo cullava monotono nel rientro a casa, ricordava che no, per una qualche ragione non erano mai stati in cinque anni compagni di banco. Chissà perché.

Lui, che di nome faceva Guido Brancacci, portava gli occhiali e stava sempre in prima fila, ma solo per poter vedere meglio ché tanto studiava il giusto; sia gli occhi che i pensieri lottavano spesso per volgersi un poco più indietro ed un poco più a sinistra, terza fila, settimo banco, capelli colore del grano estivo, occhi colore del cielo senza nuvole. La trovava lì, dietro di sé, come un ricordo piacevole o una scia di profumo delicato, e questa fragranza fruttata era lei, ragazzina scapigliata, il volto trapunta di lentiggini, il sorriso radioso come solo i più giovani o i più saggi sanno indossarlo. Erano solo bambini, ovviamente, e le loro strade si sarebbero divise per sempre e per motivi famigliari, come al solito accade in quelle storie d’amore talmente trasognate quanto impossibili: sta di fatto che Guido, tanti anni dopo, sfogliando sul treno un giornale lasciato lì per caso, avrebbe avuto questo fugace pensiero, di questa Eleonora ebbasta. Per assurdo si voltò gettando occhiate fugaci nel corridoio, immaginando di trovarsi di fronte proprio lei, quella ragazza che non aveva mai più visto dopo le elementari e che, asciugate le ultime lacrime per quel desiderio non corrisposto (anche perché mai confessato, dovette ammettere a denti stretti), non sapeva neppure quale fine avesse fatto. Il viaggio si prospettava abbastanza lungo, ed egli si sentiva già stanco. Nel dormiveglia della canicola primaverile, mentre il treno procedeva lungo una strada già tracciata, poteva permettersi con la mente di muoversi in quella direzione ostinata e contraria di un passato che, se non tornerà mai più, di certo può lasciare i suoi effetti come memorandum.

Nel gioco maldestro della sua mente, rivide Eleonora nitida davanti a sé, lui bambino seduto al suo banco, in prima fila, a lei era caduta una matita e si spostava per raccoglierla, nel rialzarsi incrociavano lo sguardo, una sorpresa condivisa, lui che si schermiva veloce per non dare a vedere che un pochino (un pochino tanto) le piaceva, in fondo certe passioni meglio tenerle segrete, celate nascoste come una pianta rara, un fiore delicato, per crescere hanno solo bisogno di essere tenuti in un posto appartato: era come quando, dalla sua collezione di biglie, nascondeva altrove le più belle perché i suoi amici non gliele rubassero, nemmeno per scherzo; ecco, in quei due occhi screziati come biglie aveva cercato di leggervi tutto. Ma così come le biglie erano solo giochi dell’infanzia, che venivano scordati non appena si era abbastanza grandi per dedicarsi “a-cose-più-serie”, così quel paio di occhi erano infine diventati una cartolina delle vacanze, una di quelle cose mai del tutto perse ma che, non appena venivano tirate fuori dai cassetti del passato, davano lo stesso fastidio che dà un pezzetto di carne, rimasto incastrato in fondo alla bocca.

Dormì un sonno senza sogni e senza rimpianti. Gli occhi di Eleonora, i giochi da bambino. La collezione di biglie colorate. Era cresciuto invano. C’erano state ben altre Eleonore, ovviamente, dopo. Si risvegliò entrando in stazione, il rantolare del treno lo riportò nella realtà fumosa di una città anonima che non riusciva ad entrargli dentro; sapeva già che il rincasare sarebbe stato il rispecchiarsi in una realtà che non lo voleva, oppure era lui a non desiderare pienamente. Idem dicasi con le donne: nei suoi 42 anni le aveva – tutte, tutte quante – incontrate prima con leggerezza, lasciate infine senza astio, ma anche senza che alcuna di loro gli lasciasse dentro qualcosa di…vero. Probabilmente Guido aveva rappresentato la stessa cosa per loro, come innumerevoli treni da pendolare, ciascuno diverso dagli altri, la maggior parte scomodi, per un viaggio di sola andata o solo ritorno, senza che l’abbandonarli portasse a rimpianti, tanto nei passeggeri quanto nei gelidi vagoni. Meditava su queste cose contando i passi che lo separavano dalla stazione a casa. Nemmeno troppi, in un quarto d’ora scarso era già lì, al suo incedere abbastanza spedito. Cercò le chiavi, aprì il portone, controllò la buchetta della posta, salì la prima rampa di scale. Entrato in appartamento, gettò lo zaino sul divano, come solo i ragazzini di tutte le età riescono a fare, senza neppure salutare chi eventualmente ancora vi fosse; in effetti, la casa non era disabitata, il ciabattare di donna in un’altra stanza rappresentava la musica di sottofondo per quel pomeriggio. L’altra persona si chiamava Alessandra, per qualche mese l’aveva chiamata “amore”, adesso nell’attesa che ciascuno prendesse una propria strada si sopportavano come si può sopportare la pioggia scrosciante camminando trafelati con un ombrellino tra le mani.

«Stavo per uscire.» lo rassicurò lei dalla camera degli ospiti, probabilmente parlando allo specchio mentre finiva di truccarsi. Non le rispose neppure, non avrebbe voluto incontrarla, non in quel momento. Fu sempre lei a continuare il discorso: «Ho trovato un posto dove andare, così finalmente sarai contento.» continuò mentre si sistemava la sneaker destra col tallone. «Alla fine la mia compagna di università, sai…quella ragazza di cui ti parlavo l’altro giorno, no? Beh, sarà un caso o una botta di culo, sta di fatto che stava cercando anche lei un posto da poter condividere assieme, essendosi trasferita qua da poco. A volte certe cose sembrano fatte apposta, non credi?» Alessandra si affacciò sullo stipite della porta, raggiosa più che mai. Lui cercò di esserle speculare nel suo entusiamo, ma fu un tentativo vano. «Scusami, non ricordavo. Sono…sono solo un po’ stanco, ecco tutto. Le interrogazioni dei miei studenti…» tentò di giustificarsi, anche se quel giorno non aveva fatto interrogazioni in nessuna classe, il professor Brancacci. «Com’è che si chiama, questa tua amica?» le chiese, fermo nella medesima posizione in cui aveva fatto poc’anzi la sua comparsa. Si sentiva fuori posto, malgrado la casa fosse anche sua. «Eleonora. Si chiama Eleonora.» «Ah.» il suo commento, asciutto. I nomi fanno ogni tanto ritorno come i treni, si disse. «Pensa che all’Università ci prendevano in giro chiamandoci “le gemelle”. Eppure siamo tanto diverse, noi…Complementari, mi verrebbe da dire. Non credi?» la guardò di sottecchi come fosse la prima volta. In testa gli era entrata una gran confusione. Era la fame, il bisogno di zuccheri. «Non lo so, può essere. Non la conosco, questa tua amica.» Lei era troppo felice per ascoltare le sue inutili parole. Oltre che fuori posto, si sentiva come un albero di natale ad inizio giugno: degno di esser gettato nella pattumiera. Alessandra lo abbracciò senza troppo trasporto. «Dai, un giorno te la presento. Magari può esser la persona giusta per te. Ora debbo proprio scappare, ci vediamo stasera.» Era già fuori dalla porta quando lui racimolò le parole per risponderle. «Può darsi.» disse, dirigendosi in cucina per prepararsi un nonnulla da mettere sotto i denti.

Ciò che ritorna fa sempre male, pensò guardando fuori dalla finestra. Fissava una direzione lontana, lontana, lontana come quel suo passato che in fondo non era mai stato del tutto scritto.

***

Pubblicato da Lucio Campiani

Write Writing Written